Assicurarsi contro uno stronzo

A ognuno di noi, ogni tanto, viene qualche idea geniale. Poi in genere andiamo su google e scopriamo che esiste già, ma questo è un altro discorso.
Ebbene, la mia idea geniale della giornata è la polizza assicurativa contro gli stronzi.

Su Wikipedia, leggiamo:

Con assicurazione, in diritto, ci si riferisce ad un determinato tipo di contratto avente ad oggetto la garanzia contro il verificarsi di un evento futuro e incerto (rischio), generalmente dannoso per la propria salute o patrimonio

Al giorno d’oggi, esiste una polizza assicurativa per ogni cosa: caso vita, caso morte, danni ai beni, rapimento di un CEO e perché no, il sedere di JLo. E allora perché nessuno si è ancora inventato una polizza contro le relazioni che finiscono male? Perché non ci possiamo assicurare contro gli stronzi?

Settimana scorsa durante il BookCity tenutosi a Milano, sono finalmente riuscita a spuntare dalla mia “intellectual to do list” la voce “assistere alla presentazione di un libro”, ossia “Dimenticare uno stronzo” di Federica Bosco.
Al di là della serata piuttosto allegra in cui la scrittrice riportava aneddoti di suoi ex etichettabili con la parola “stronzo”, mi è sorta spontanea la domanda: perché non esiste una polizza assicurativa contro gli stronzi?
In termini prettamente economici, il motivo del perché nessun assicuratore la offra è lo stesso del perché non ne esiste una contro la povertà: finiremmo con il diventare tutti poveri. Insomma, per farla breve, le uniche figure che possono arricchirsi sulle disgrazie sentimentali della gente sono i terapisti di coppia e gli avvocati divorzisti.
Tuttavia, il mio imminente esame di tecniche attuariali mi dice che sì, forse qualcosa ci possiamo inventare.

Regola numero 1: razionalità.
La razionalità è la regola aurea di un qualsiasi modello economico che si rispetti.
Ma d’altra parte, come adorava spesso ripetermi la mia saggia nonnina, l’amore folle, travolgente, appassionate è un privilegio da ricchi. Si deve sempre mantenere un briciolo di buon senso in una relazione, magari giusto un 40% cuore, 60% mente.

Regola numero 2 (nota anche “regola aurea di ogni azienda assicurativa”): mai essere in posizione di credito, ma sempre di debito.
A tal proposito, il supporto delle amiche nelle prime fasi di una relazione è fondamentale. Infatti, è sempre giusto seguire la dieta del “non dargliela subito, ma fagliela sudare”, con qualche fetta di “non rispondergli prima di tre ore”, che ben si sposa al “in amore vince chi visualizza ma non risponde”, e un pizzico di “tieniti qualche puntello di riserva che male non fa”.

Regola numero 3: accumulare riserve (da smobilizzare).
Ogni tanto, è cosa buona e giusta comportarsi in modo politicamente scorretto.
Perché regalargli quel paio di scarpe di cui ti manda le foto da mesi, se puoi portarlo fuori a cena in un posto in cui vuoi andare da tempo?
Perché regalargli dei biglietti aerei per fare camping estremo sull’Hymalaya che sogna da una vita, se hai trovato un’occasione imperdibile  scontata del 2,5% per un weekend alle terme di Leukerbad?
E soprattutto, perché fargli comprare un paio di UGG a Natale, quando puoi farti regalare un pendente d’oro facilmente rivendibile su ebay?

Et, dulcis in fundo, regola numero 4: limitare la frequenza dei sinistri.
Inutile mentire, le peggiori relazioni iniziano sempre con un: “Ah, ma me all’inizio neanche piaceva!”.

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I costi opportunità di un costo opportunità

Economists think about what people ought to do. Psychologists watch what they actually do.
-Daniel Kahneman

Confessione 1: sono una pianificatrice seriale.
Vado in ansia se so di non poter arrivare almeno 10min in anticipo a un appuntamento, prenoto voli otto mesi prima e faccio i regali di natale ad ottobre (sorpresa!), senza contare il fatto che, ovviamente, giro con un’agendina cartacea su cui amo segnare cose giusto per il gusto di segnarle e avere l’impressione (o l’illusione?) di essere una donna impegnata.
Oltre a tutto questo, amo anche auto-convincermi di essere nel giusto, che il mio stile di vita è quello corretto e che tutti dovrebbero applicarlo. In gergo, soffro di “confirmation bias”.
Ma del resto, se c’è una cosa che ho imparato da cinque anni di economia è che il tempo è denaro, quindi perché non sfruttarlo al meglio?
Confessione 2: predico bene, ma razzolo male.
Ogni tanto- lo confesso-, trascorro pomeriggi svaccata sul divano in piagiama e calzettoni di lana, davanti a programmi beceramente trash, guardando persone che litigano e si insultano in una lingua che è tutto fuorché italiano, o matrimoni di gente che ti fanno pensare che è proprio vero che Dio li fa e poi li accoppia, il tutto mangiando un Ferrero Rocher come se non ci fosse un domani.
Tuttavia, nei momenti di lucidità, ripenso agli anni dell’adolescenza, quelli in cui sperimentavo la nobile arte del precariato, fatto di ripetizioni, volantinaggio, compilazione di questionari random retribuiti (?) con buoni benzina e addetta call-center, sotto un capo dispotico e mestruato che si sentiva appagato nel tiranneggiare i suoi sottoposti.
E penso che se moltiplicassi le ore passate a guardare quello che c’è di più becero in tv (es. 3h) per l’ammontare di quanto mi davano per fare qualcosa che non mi faceva impazzire, tipo chiamare la gente  e chiederle se fosse interessata a provare lampadine vegane “senza obbligo di acquisto, of course”-cit. (es. 5€), otterrei il mio costo opportunità (15€), comunemente noto come “tempo buttato nel cesso”.

Poi vabbè, è anche vero che è sempre meglio perdere l’opportunità di guadagnare 15€ piuttosto che uscire per noia e ritrovarsi a piangere dopo aver pagato 74,99€ una caffettiera a forma di porcellino, ma questo è un altro discorso.

Kate Middleton: una di noi

Io penso che gli inglesi siano geni indiscussi del marketing, brillanti, di classe e con quello humor tipicamente british.
Il 17 Novembre 1558 è salita al trono Elisabetta I, figlia di Anna Bolena e Enrico VIII, sotto il suo regno l’Inghilterra ha conosciuto un periodo di pace e prosperità. Ella era per certo una grande donna, ma per renderla ancora più straordinaria, gli inglesi l’hanno resa vergine e ancora oggi, lei è ricordata come la grande Elisabetta I, la regina vergine (forse).
Tre secoli dopo, ci riescono nuovamente, e nel 1813 rendono romantica una storia che di sentimentale non ha proprio nulla. “Orgoglio e Pregiudizio” è innanzitutto un novel of manners, ovvero una guida per capire come destreggiarsi nell’affollato mercato matrimoniale inglese di inizio Ottocento. E nonostante un finale ambiguo e una triste proposta di matrimonio dal sapore agrodolce- “sei povera, la tua famiglia è imbarazzante e tuo padre mi sta antipatico, sposami”-, l’opera è passata alla storia come uno dei romanzi più romantici di sempre. Tutte hanno passato la fase “Jane Austen” nella loro vita, tutte si sentono un po’ Lizzy e, ovviamente,  tutte sognano Mr. Darcy.

Questa capacità tipicamente british del riuscire a rendere di stile qualunque cosa, da un comunissimo porridge a una scalata sociale, non poteva che farmi venire in mente lei: l’unica e sola Kate Middleton. C’è chi la adora e la considera un modello di vita, e chi non la può proprio vedere, ma in ogni caso una cosa le va riconosciuta: Catherine Elizabeth Middleton ce l’ha fatta, lei è riuscita là dove molte hanno fallito.


Ma andiamo con ordine, anche perchè se c’è una cosa che la Austen insegna, è che la Signora Bennet docet, e quindi che gran parte del successo è duvuto alla madre Carole.
Infatti, “e’ una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un’ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie. Per quanto si possa sapere circa i sentimenti o i punti di vista di un uomo del genere al primo apparire nel vicinato, questa verità è così saldamente fissata nelle menti delle famiglie del circondario, da considerarlo di legittima proprietà di una o l’altra delle loro figlie”, e Carole questo lo sapeva. Non appena si è sparsa la voce che William avrebbe frequentato la St. Andrews, ha chiamato a rapporto Kate che, all’epoca a Firenze per approfondire i suoi studi in storia dell’arte, è rientrata immediatamente in patria, si è messa a dieta e ha varcato le soglie della pregiosa e blasonata università scozzese. Lo scopo era chiaro: arrivare in alto. Perchè se è vero che nei paesi anglosassoni vige la regola del self-made-man, è vero anche che nell’Inghilterra posh, vige la regola che il sangue non si può comprare. Insomma, serviva un piano.

Il management insegna che una strategia di successo deve rispettare tre criteri fondamentali: focalizzare l’attenzione su un obiettivo semplice, avere una chiara consapevolezza dell’ambiente circostante e utilizzare in modo efficace le risorse a disposizione.
Tanto più chiaro è lo scopo, tanto più facile è stabilire la vision, termine utilizzato in ambito aziendale per indicare un insieme di obiettivi ambiziosi proiettati verso un futuro prossimo- celebre è quella di Bill Gates pronunciata per la prima volta nel 1980: “a computer on every desk in every home”. Come possiamo vedere, la vision non solo è ambiziosa, ma in un certo senso visionaria- perdonatemi la tautologia-, incorpora l’essenza della vittoria e richiede impegno, dedizione e perseveranza.
Dalla vision scaturiscono la mission, ovvero la dichiarazione del perchè un’azienda esiste, gli obiettivi di breve periodo e soprattutto i valori in cui crede il management- “our mission is to enable people and businesses throughout the world to realize their full potential” (Microsoft).

Quindi, ricapitolando. Obiettivo: arrivare in alto. Conoscenza ambiente competitivo: Kate ha studiato in scuole d’élite, frequenta i luoghi giusti e, se gioca bene le sue carte, può frequentare anche le persone giuste!
Per quanto riguarda la mission, Kate si avvale di un mix geniale di marketing, gossip e perchè no, empatia nei confronti del popolo. Dopo il tira e molla del 2007, Kate passa in pochi mesi, da “Katy-waity“, a “ragazza comune che ha fatto innamorare un principe”. Sì, perchè la nostra Kate è una ragazza semplice. Plebea, discendente da una famiglia di minatori, ama gli animali e veste Zara. E nonostante il matrimonio, Kate continua a dimostrare di essere una donna comune. Come tutte le casalinghe, passa le giornate facendo ristrutturare la cucina di Kensington Palace, fatica a trovare una baby-sitter -tanto che ne cambia una a settimana- e porta a passeggio il cane. Non sta simpaticissima alla suocera, odia la fidanzata del cognato e, ripeto, veste Zara! (*)

Sì, Kate Middleton è una di noi. O almeno così ci dicono!

(*) P.S. per chi non lo sapesse: è vero che Kate è una commoner e che i suoi nonni erano minatori, ma è vero anche i genitori hanno fatto fortuna negli anni ’90 e sono diventati milionari! Insomma, Kate è una di noi!

Giovani di successo: in Italia si può!

Al liceo mi sentivo un genio perchè studiavo tenendo aperti sulla scrivania più libri e quaderni contemporaneamente, avevo una bacheca su cui segnavo le cose da fare, e mi appuntavo le cose sulla finestre usando i pennarelli che scrivono su vetro in stile Russell Crowe nel film “A Beautiful Mind“. I primi anni di università ho comincato ad andare a lezione prendendo nota su un pc 11” che pesava 10Kg. Oggi scrivo la tesi su un pc con uno schermo 13”, ultraleggero, e leggo paper su un tablet.
In una parola? Progresso.

Ci troviano in un’epoca straordinaria in cui il nostro stile di vita cambia in modo radicale nel giro di due o tre anni, e abbiamo la fortuna di accedere a un numero illimitato di informazioni. Qualche settimana fa sono stata al Wired Festival, e proprio una delle frasi simbolo dell’evento è stata “viviamo in un’epoca in cui distruggere un’informazione costa molto più che archiviarla”.
Ho un fratello che quest’anno deve affronare l’esame di maturità, e da qualche tempo a questa parte lui e i suoi amici mi chiedono in continuazione quale facoltà scegliere. Da economista forward-looking quale sono, rispondo spesso “più che la facoltà in sè, fai sempre in modo essere at the right place at the right time”. In economia esiste una sconfinata letteratura sul fatto che il maggiore driver della crescita economica sia il progresso tecnologico. Quello che però vorrei sottolineare, è che il progresso non ha sesso, è meritocratico e soprattutto, il progresso non ha età. Il progresso siamo noi.

hardwork

Ad esempio, vorrei riportare la storia di un amico che stimo profondamente.
Si chiama Stefano, classe 1990, è laureato in Biotecnologie Industriali in Bicocca, poco prima di laurearsi in specialistica, gli erano già stati offerti un dottorato e la possibilità di essere assunto come ricercatore in una spin-off finanziata della stessa università, biglietti da visita, telefono aziendale e un ufficio. Per chi sa qual è la situazione italiana per quanto concerne il paradigma giovani-ricerca-Italia, capirà che Stefano è una sorta di eroe.
Come se non bastasse, è stato per anni collaboratore di una piattaforma di istruzione digitale, Oilproject, oggi finanziata da WCAP (gruppo Telecom); è co-fondatore di Italia Unita per la Scienza, un’associazione di divulgazione scientifica  la cui pagina Facebook conta più di 30.000 like, un unicum in Italia che pertanto ha avuto l’onore di essere citato su Science. Oltre a tutto questo, viene spesso invitato da Radio Statale per dire la sua in un programma di approfondimento scientifico intitolato Breaking Lab, e tanto per non farsi mancare nulla, passerà l’estate in una Summer School a Stoccarda. Ci troviamo quindi davanti a un raro esemplare di maschio multitasking, e per chi fosse interessata, è anche single!
Non è una questione di trovare una ragazza a un amico (forse sì), il punto è che, in un periodo in cui i “grandi” non fanno altro che definirci bamboccioni, choosy e scansafatiche, mi fa davvero piacere sentire giovani che riescono ad avere successo, senza sotterfugi, scappatoie o escamotage.

Ho riportato questo caso perchè ad oggi, la ricerca è un settore delicato, ma durante il mio percorso, ho avuto la fortuna di conoscere molti giovani in gamba, brillanti e di successo. Persone normali, che quando possono girano il mondo, parlano fluentemente due lingue straniere e ne masticano una terza, hanno un lavoro che li gratifica, fondano start-up nel tempo libero, hanno una vita sociale e ogni giorno dimostrano che se sei una persona brillante, nel mondo là fuori troverai spazio per realizzarti.
Viviamo in un’epoca in cui esistono infiniti modi per investire su noi stessi, reinventarci, cogliere opportunità e perchè no, crearle. Possiamo prendere un aereo dall’oggi al domani senza dover ipotecare la casa, imparare una lingua guardando video su Youtube e studiare l’albero genialogico dei Capetingi su Wikipedia. Perchè è vero che bisogna trovarsi at the right place at the right time, ma è che anche vero che la fortuna molto spesso va costruita, perchè homo faber fortunae suae.

O almeno, finchè sono giovane, a me piace pensarla così!

Romanticismo: quel mainstream troppo poco mainstream!

Gil studenti universitari che vogliono andare a lavorare in azienda si laureano spesso in economia, ma pochi di loro sono convinti che useranno veramente i concetti illustrati nei corsi. Quegli studenti hanno capito una verità fondamentale: ciò che imparano nei corsi di economia, non li aiuterà a gestire un’impresa.”-
Un paese non è un’azienda, Paul Krugman.

Con una laurea di economia triennale alle spalle e la speranza di conseguire in tempi brevi quella specialistica, non posso che essere più che d’accordo con questa frase, ma del resto è stata scritta da un premio Nobel! Le cose che ho imparato durante gli anni dell’università sono tante, ma quelle veramente utili, si contano fra le dita di una mano. Ho imparato a ingoiare rospi e sottostare ai capricci di professori lunatici, a dar fondo alle mie doti diplomatiche senza commettere reati ogni volta che sono andata al polo studenti … ma soprattutto, ho imparato che il tempo è denaro. Perché nonostante le bagianate che ci raccontiamo fra i chiostri, quello che conta nel mondo là fuori, è che tu rispetti le scadenze. Nessuno ti darà una medaglia perché sei riuscito a laurearti mentre hai lavorato, ma quello che ci si aspetta è che tu abbia conseguito la laurea nei tempi previsti.
Il tempo è denaro quindi, bisogna impiegarlo in modo efficiente e se lo si risparmia tanto di cappello. Ed è per questo, che anche sul fronte relazioni interpersonali, ciò che conta è risparmiare tempo. Detto fatto, nell’era degli smartphone, tablet e del marketing emozionale, nascono Meetic, Tinder e The League: le nuove frontiere dell’amore 2.0!

La prima volta che ho sentito parlare di Tinder è stato su celebitchy.com quando è scoppiato uno “scandalo” sul fatto che i dipendenti della regina Elisabetta II usassero l’app durante l’orario di lavoro. Insomma, mettetevi nei panni della regina o della povera Katy-waity-no-more-waity private della libertà di sedersi su un divano vittoriano poiché afflitte dal dubbio che possa essere ricoperto di liquidi corporei- per dirla alla Posh: “Ewwww!”
Per chi non lo sapesse, Tinder è un’app per incontri che si avvale del gps per localizzare altri utenti entro un determinato raggio. Da quel che ho capito, funziona più o meno così: ci si registra, si compilano i campi relativi a sesso, età, preferenze varie e si specifica il raggio di caccia. Ogni volta che qualcuno che rientra nei paramentri penetra il territorio, si riceve una notifica con la foto. Se la foto è interessante, si mette un like. Se si riceve un like in cambio anche dalla controparte, allora si apre una finestra di chat et… voilà!
Lanciata online nell’agosto del 2012 e nata come app per gli studenti della University of Southern California, Tinder è oggi disponibile in 24 lingue e vanta 22-24 milioni di utenti.
Ma non è finita qui, perché come esiste la versione uptown di Facebook, a.k.a. Linkedin, non poteva che esistere la versione uptown di Tinder, ovvero The League.
Il meccanismo è lo stesso, se non fosse che l’iscrizione è su invito ed è riservato solo a studenti meritevoli della Ivy League e/o start-upper multi-milionari. Insomma, se non appartenete ad almeno una delle due categorie, mettetevi l’anima in pace che tanto non c’è trippa per gatti! Anche perché come dice lo slogan, Date. Intelligently!

chuckbass

Insomma, se siete persone impegnate, cercate di sfruttare a pieno quel buco da 15min fra la pausa pranzo e l’appuntamente in palestra, mica vorrete rischiare di perdere tempo con la plebaglia?!

Per quello che mi riguarda, mi ritengo una persona davvero molto fortunata ad aver trovato uno dei rari esemplari di uomo che non possiede uno smartphone. Uno di quelli che sa ancora cosa vuol dire prendere in mano un telefono e invitarti fuori a cena, uno di quelli che ti chiama per chiederti se vuoi che colga delle rose dal suo giardino o per dirti di tenerti libera il venerdì sera perché ha prenotato dei biglietti a teatro.
Ebbene lo confesso, sono una romantica patentata, una donnicciola che si commuove guardando “I passi dell’amore” e che ha passato l’adolescenza sognando un Mr. Darcy moderno in sella ad una Bianchi bianca e le Clarcks ai piedi.

Troppo poco mainstream?

Victoria’s Secret: who’s your angel?

«Per entrare nell’alta società oggi bisogna saper pascere la  gente, o saperla divertire, o scandalizzarla;
non occorre altro
».
Oscar Wilde

L’abito fa il monaco, le aspettative contano e, specie nel mondo là fuori, la prima impressione è quella che conta. Innegabile.
Che sia un colloquio di lavoro o un appuntamento galante, tutti lavoriamo sodo per dare una buona impressione, perchè signori miei, che lo ammettiate o no, le aspettative contano, e sarà anche una verità scomoda, ma è pur sempre una nuda e cruda verità.

Potrei citare qualche massima di Oscar Wilde, ma una delle storie che più mi affascinano e che ritengo geniali per spiegare il perchè le aspettative contano, è quella proposta da Jhon Maynard Keynes, a.k.a il padre della macroeconomia, nella sua opera “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” (1936), in cui l’autore si avvale dell’analogia del beauty contest per spiegare il comportamento di agenti razionali all’interno di un mercato efficiente.

Da poco si è tenuta una delle sfilate-evento dell’anno, una di quelle serate in cui chi conta qualcosa nel firmamento della moda non può mancare, ovvero la sfilata annuale degli angeli di Victoria’s Secret. Devo ammettere che non ho mai prestato molta attenzione a questo evento, un po’ per il luogo comune della mercificazione del corpo della donna, un po’ perchè credevo fosse una versione un po’ più uptown-girl di Veline …
Ebbene, devo dire che è stata una rivelazione. La sfilata non è per nulla volgare, e anzi è un connubio perfetto fra moda, entertainment e alta classe.
Ma tornando a noi. Immaginiamo che una rivista indica un concorso tale per cui ai partecipanti viene chiesto di scegliere le 5 modelle più belle fra gli angeli che sfilano in lingerie. Coloro che scelgono la modella di più maggior gradimento, ovvero colei che riceve più voti in assoluto, vincono un premio in denaro.

La scelta è ardua.
Il concorrente medio molto probabilmente esaminerà una dopo l’altra le modelle scegliendo quelle che ritiene più belle, uno più astuto invece voterà non quelle che lui ritiene le più belle, ma bensì quelle che ritiene verranno votate dagli altri concorrenti.
Se anzichè gli angeli di Victoria’s Secret consideriamo dei titoli e invece di partecipanti degli investitori, l’analogia proposta da Keynes appare chiara.
Un investitore che deve scegliere fra una rosa illimitata di titoli non deve scegliere quello che lui ritiene sia il titolo migliore, ma quello che si aspetta venga ritenuto migliore dagli altri.
In altre parole, se prevedi l’andamento del mercato, vinci.
Purtroppo è una cosa più facile a dirsi che a farsi, poichè non di rado il meccanismo porta a distorsioni nel sistema che portano a conseguenze gravi quali bolle speculative.

La scelta di un portafogli titoli non è l’unica applicazione pratica delle aspettative, che anzi all’interno di una realtá complessa quale la nostra, possono rivelarsi uno strumento tanto delicato quanto potente, tanto da diventare uno degli strumenti cardine della politica monetaria.
Tuttavia, dal momento che non tutti siamo dei banchieri centrali e tanto meno dobbiamo gestire titoli in portafoglio, meglio abbassare la guardia e dedicarci a chi di aspettative nei nostri confronti chiude un occhio.
Si dice che a Natale siamo tutti un po’ più buoni, probabilmente è perchè abbiamo la fortuna di essere circondati da chi ci vuole bene e ci apprezza in modo sincero e genuino, senza aspettative, perchè fortunatamente, nelle relazioni importanti, le aspettative non contano.

I soldi fanno la felicità

“Fate soldi, se potete in maniera onesta, se no comunque”

Orazio

Una delle cose che più mi affascina dello studiare economia, è che con un minimo di inventiva e buone basi di matematica, è possibile dare la spiegazione a qualunque cosa, dal perché un appuntamento al buio equivale ad una vendita di auto usate, al perché i soldi fanno la felicità.
Ebbene sì, tutti lo pensiamo, ma si è sempre un po’ restii ad ammetterlo, i soldi fanno la felicità!

L’altra giorno per esempio, passeggiando sotto la pioggia, ho trovato una moneta da 2€ per terra, e vi assicuro che mi è sembrato di toccare il cielo con un dito, questo perché evidentemente la mia utility function è concava e soddisfa le Inada conditions!

Cosa vuol dire tutto questo?
Consideriamo il seguente grafico che rappresenta quanto varia la nostra funzione di utilità F(€), e quindi la nostra felicità, in funzione dei soldi:

FullSizeRender

La nostra è una funzione concava, con la derivata prima positiva e la derivata seconda negativa, ovvero:

F'(€)>0, F”(€)<0

Questo vuol dire che se calcoliamo la derivata prima (la pendenza della retta tangente) in corrispondenza del pallino grigio, ci viene un valore positivo f. Se invece la calcoliamo più avanti, ci verrà un valore pur sempre positivo, ma inferiore al precedente  f'<f, a significare che se calcoliamo le derivate spostandoci verso destra, le rette tangenti saranno via via meno inclinate.

Le derivate sono uno strumento principe dell’economia, in quanto permettono di quantificare la variazione di utilità data una variazione unitaria della variabile indipendente. Detto in parole povere, se conosciamo la nostra funzione di utilità,  le derivate ci permettono di calcolare quanto varia la nostra felicità se troviamo 1€ per strada!
La cosa interessante è che se calcoliamo la derivata in corrispondenza del punto 0, essa tende a più infinito, mentre se la calcoliamo in corrispondenza dei 500, essa tende a zero, ovvero la retta tangente sarà quasi piatta.
Questo è proprio ciò che ci dicono le Inada conditions:
F'(0) → +∞
F'(∞) → 0

Tutto questo, vuol dire che quando non abbiamo neanche 1€ in tasca, la felicità di trovarne uno per strada schizzerà a più infinito, mentre se in tasca ne abbiamo 500, trovare 1€ per strada non ci farà nè caldo nè freddo (anche se personalmente, lo raccoglierei ugualmente).

Comunque, nonostante questa dimostrazione da vera nerd, non credo di potermi ritenere una vera economista. Gli economisti vecchio stampo infatti, credono nel perfetto funzionamento dei mercati e se trovassero una banconota per terra, non si fermerebbero a raccoglierla dal momento che crederebbero che, se fosse stata vera, qualcun altro l’avrebbe raccolta prima di loro!
-Barzelletta (triste) che viene raccontata spesso agli studenti …

Insomma, tornando al punto principale, un po’ come per tutte le cose, esagerare fa male, ma è innegabile che soprattutto quando se ne hanno pochi, i soldi fanno la felicitá!